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Ritorni come tornano le maree,
quando la riva ha già imparato il vuoto,
quando la sabbia ha fatto pace al vento
e il sale non brucia più sulla pelle.
Ritorni,
e il tuo nome ha ancora un suono antico,
un suono che conosco
come il rumore delle chiavi in tasca
o il primo tuono dopo una lunga estate.
Io non ti odio.
Non ti ho mai odiato.
Ti ho tenuto dentro con cura,
come si tiene una lettera piegata bene,
un ricordo che non fa più male
ma non smette di esistere.
Due anni sono tanti.
Due anni in cui ho imparato
a non aspettare la tua voce,
a ricucire le ore strappate,
a respirare senza chiederti niente.
Perché mi hai lasciata così:
con una porta aperta nel petto
e un vento freddo che entrava
senza chiedere permesso.
E io ho chiuso.
Piano.
Non per orgoglio,
non per punirti.
Ho chiuso per non morire.
Ora mi dici: “torno”.
Ora mi dici parole piene,
parole che sembrano luce.
Ma dimmi:
dove erano quelle parole
quando io ero notte?
C’è ancora un filo tra noi,
ma non regge più il peso
di un ritorno.
Perché io non sono più
quella che ti aspettava.
E questa calma nuova, fragile,
l’ho pagata cara.
Tu vorresti rientrare
come se niente fosse cambiato.
Ma la stanza è cambiata.
E io sono cambiata.
Ti auguro un posto dove posarti,
senza dover tornare indietro.
Ti auguro una voce che ti capisca
anche quando non sai spiegarti.
Io ti saluto con rispetto,
senza rancore, senza rumore.
Ti voglio bene.
Ma non me la sento di tornare.